
Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Gesù aveva detto precedentemente ai suoi discepoli che suo cibo era fare la volontà del Padre, ma non aveva evidenziato e spiegato la sua relazione profonda che lo lega al Padre. Il fatto che “si faceva uguale al Padre” e violava il sabato, aveva creato dissensi e opposizioni nei “Giudei” che avevano deciso di sopprimerlo. Invece per i cristiani delle origini, i brani utilizzati dalla liturgia odierna, costituivano la base per l’approfondimento del mistero di Cristo, sul suo essere uomo in tutto simile a noi, eccetto il peccato e sul suo essere uguale al Padre. Gesù chiama Dio suo Padre; il Padre ama il Figlio e in Lui si manifesta. In Cristo Dio si fa vicino: “Chi ascolta la mia Parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna”. Il potere del Figlio scaturisce, dunque, dalla relazione d’amore con il Padre di fronte al quale l’uomo è libero di scegliere di entrare in questo dono di comunione o se rifiutarlo, il che diviene motivo di autoesclusione dalla vita. Questa circolarità d’amore si schiude sin da ora, nel tempo della storia, grazie alla fede che fa passare dalla morte alla vita. È ciò che avviene nel battesimo, nel quale siamo passati da una condizione di morte spirituale alla vita nuova in Cristo, che ci ha resi capaci di amare Dio e i fratelli.
Insegnami a fare la tua volontà,
perché sei tu il mio Dio.
Il tuo spirito buono mi guidi in una terra piana.