Vita nuova

Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

Gesù aveva detto precedentemente ai suoi discepoli che suo cibo era fare la volontà del Padre, ma non aveva evidenziato e spiegato la sua relazione profonda che lo lega al Padre. Il fatto che “si faceva uguale al Padre” e violava il sabato, aveva creato dissensi e opposizioni nei “Giudei” che avevano deciso di sopprimerlo. Invece per i cristiani delle origini, i brani utilizzati dalla liturgia odierna, costituivano la base per l’approfondimento del mistero di Cristo, sul suo essere uomo in tutto simile a noi, eccetto il peccato e sul suo essere uguale al Padre. Gesù chiama Dio suo Padre; il Padre ama il Figlio e in Lui si manifesta. In Cristo Dio si fa vicino: “Chi ascolta la mia Parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna”. Il potere del Figlio scaturisce, dunque, dalla relazione d’amore con il Padre di fronte al quale l’uomo è libero di scegliere di entrare in questo dono di comunione o se rifiutarlo, il che diviene motivo di autoesclusione dalla vita. Questa circolarità d’amore si schiude sin da ora, nel tempo della storia, grazie alla fede che fa passare dalla morte alla vita. È ciò che avviene nel battesimo, nel quale siamo passati da una condizione di morte spirituale alla vita nuova in Cristo, che ci ha resi capaci di amare Dio e i fratelli.

Insegnami a fare la tua volontà,
perché sei tu il mio Dio.
Il tuo spirito buono mi guidi in una terra piana.

Alzati…!

A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina».

Gesù, in un giorno di festa, salì a Gerusalemme, anche se non ci è possibile precisare quale festa ricorresse. Certamente il miracolo della guarigione del paralitico avvenne in giorno di sabato. Sorprende il fatto che nel “gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici”, Gesù abbia scelto proprio quell’uomo che era ammalato da trentotto anni e non aveva nessuno che lo immergeva nella piscina. È Gesù inoltre a prendere l’iniziativa e pone la domanda: “Vuoi guarire?”. È questa domanda che risveglia in quell’uomo il desiderio di guarigione che avviene con la forza non dell’acqua, ma della parola che risana. La sua Parola è autorevole, fa sempre quello che dice, come la parola creatrice all’inizio dei tempi: “Egli parla tutto è fatto; comanda e tutto esiste” (cfr Sal 32). Secondo il testo è proprio nel tempio che Gesù opera la guarigione più grande, quello dello spirito, offrendo al paralitico perdono e salvezza: “Ecco sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio”.

Padre, liberami da ogni ostacolo
che mi impedisce di camminare verso di te.
Sciogli le mie pigrizie e aiutami ad essere responsabile
della mia vita e degli altri. Amen.

Affidarsi…

Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.

L’evangelo odierno ci presenta Gesù che, passando per la Samaria, viene dalla Giudea alla Galilea e ritorna a Cana “dove aveva cambiato l’acqua in vino”! Durante questo cammino, Gesù compie un altro “segno”: la guarigione del figlio di un funzionario del re Erode Antipa, tetrarca della Galilea. A differenza degli altri segni compiuti da Gesù qui il miracolo avviene a distanza e la Parola anticipa l’evento della guarigione; il funzionario è sollecitato a credere, mentre custodisce nel cuore la promessa di Gesù, anzi la speranza piena di certezza: “Vai, tuo figlio vive”. Il funzionario regio, credendo nella disponibilità di Gesù Cristo e del suo potere terapeutico, è presentato da Giovanni come modello del credente. La fede è affidarsi a colui che crea “nuovi cieli e nuova terra”, che fa risalire dagli inferi, che può mutare il lamento in danza, che dà la vita eterna!

Signore, io credo in te, ma spesso rischio di vivere il passato
senza accorgermi che la vera gioia sta nel presente
che tu mi prepari. Amen.

Da veri fratelli

Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli…».

Al centro della parabola vi è la rivelazione del cuore del padre. A lui non interessa condannare e neppure assolvere, non interessa giudicare ma esprimere un amore incondizionato. Dio è esclusivamente amore! Il figlio maggiore torna dai campi, vede e entra in crisi. Non riesce ad accettare come fratello quel dissoluto (questo tuo figlio dirà): “Io ho sempre ubbidito, ho osservato tutti i tuoi comandi e a me neanche un capretto”. È l’uomo dei rimpianti, onesto e infelice che ha perso la gioia di vivere. Quanti cristiani sono così onesti e infelici “i cristiani del capretto”! (P. Turoldo). I due figli coabitano in noi, possiamo riconoscerci nelle loro illusioni. Anche in noi può prevalere l’immagine del figlio Maggiore, quando ci si accorge che l’omicida, il violento, il disonesto, il furbo sta meglio di noi… Allora Dio è ingiusto… e se deve fare preferenze lo deve fare con me che sono bravo. Perdonare, riconciliare e riconciliarsi, accettare l’altro che ha sbagliato, ridargli fiducia e possibilità di ricominciare, tutto questo equivale a passare dalla logica umana alla logica divina.

O Dio, accogli nell’abbraccio del tuo amore tutti i figli
che tornano a te con il cuore pentito;
ricoprili delle vesti della salvezza,
perché possano partecipare con gioia
alla cena pasquale dell’Agnello. Amen.

Umiltà

Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano».

Ciò che ci rende giusti non sono i nostri meriti, le nostre virtù. Ciò che vi è di nostro ci allontana da Dio, solo ciò che vi è di suo in noi ci avvicina a Lui, il suo perdono, la sua grazia accompagnati dalla penitenza e dalla fede… Ecco allora la lezione offerta a noi dall’evangelo: essa riguarda l’umiltà che si rivela virtù appropriata non solo al momento della preghiera, ma in ogni atteggiamento vitale del cristiano. L’umiltà è il passaporto per essere ammessi al regno di Dio. La preghiera è lo specchio della vita: essa rivela chi noi siamo e chi è Dio per noi; nella preghiera si evidenzia la nostra vera identità. Essere autentici: prendere le distanze, rifiutare ogni opportunismo, compromesso e denunciare tutte quelle situazioni che mortificano le persone: il fariseismo, il doppio gioco, il culto dell’apparenza, il formalismo, il rifiuto del diverso, l’uso strumentale di Dio. “Veramente il cristiano, per amore della fedeltà al Vangelo deve sentirsi servo di Dio e di nessun altro” (Don L. Milani).

O Dio, abbi pietà di me nel tuo amore.
Nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.
Crea in me un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso. Amen.

Essere di Cristo

Si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Lo scriba ha capito che il vero culto gradito a Dio non passa attraverso il vuoto formalismo religioso, ma attraverso un amore concreto per Dio e per l’uomo! Ma che cosa manca ancora a quel saggio scriba che condivide le idee morali di Gesù?
La risposta la dà il Vangelo nell’episodio che segue: accettare Gesù come messia; ciò che conta per la salvezza non è la morale, ma la fede in Gesù Cristo. Il messaggio dell’evangelo ci conduce a riflettere, oggi, più in profondità sul nostro essere cristiani.
Essere cristiani non significa solo non fare del male a nessuno ed essere animati da un sentimento umanitario. Anche lo scriba dell’evangelo riconosce l’esattezza della risposta di Gesù e ribadisce il primato della carità a ciò che viene offerto nel culto. La preghiera, la vita sacramentale, non hanno alcun significato cristiano se non danno luogo alla testimonianza, a gesti di carità, all’accoglienza, al perdono, alle relazioni costruttive con le persone. È necessario “rendere visibile il grande sì della fede” (Benedetto XVI).

Signore, desidero ritrovare la purezza del reciproco incontro
che rifonda, con una sola risposta, la mia stessa identità
e la renda riflesso della tua logica di amore. Amen.

Scegliere

Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni».

Le folle rimangono stupite dividendosi tra diverse opinioni: alcuni affermano che gli esorcismi che Gesù realizza si spiegano con un segreto accordo con Beelzebùl (altro nome di Satana). Come si può notare,Gesù risponde con due argomenti evidenziando l’assurdità dell’accusa: se fosse vero che egli scaccia i demoni con il potere concessagli dal loro capo, ciò significherebbe che il potere di satana sull’umanità è finito; il secondo argomento si basa sul confronto con l’attività degli esorcismi giudei (“i vostri figli”), anch’essi scacciano i demoni in nome di Beelzebùl?
Gesù sottolinea con autorità: “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio”, cioè con la sua forza, allora “è giunto a voi il regno di Dio”. Ormai sappiamo che satana è sconfitto per sempre, perché Gesù è morto in croce ed è risorto. Egli è “l’uomo più forte”, egli sconfigge il male nel cuore di ogni uomo che decide in se stesso di stare con lui e di seguirlo. Ma a causa della fragilità umana il discepolo deve vigilare. Ciascuno di noi è continuamente chiamato a scegliere tra il bene e il male, tra l’essere generosi o ripiegati su stessi. Sta alla nostra volontà fare questa scelta.

O Signore, fa’ che morendo alla terra dell’uomo vecchio,
io possa rinascere a vita nuova,
a quella vita che è vera proposta di libertà. Amen.

Oltre mezze misure

«Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

In che senso Gesù porta la legge a pieno compimento? Non solo perché la esegue, ma perché ne mostra la realizzazione piena riducendola all’esigenza fondamentale che essa voleva servire: l’amore verso Dio e verso il prossimo. Seguendo la logica dell’amore, anche un piccolo jota della legge diventa importante, così come in famiglia è importante anche un minimi gesto che dice attenzione all’altro, rispetto, amore gratuito. Il Signore ci invita, dunque, a non cercare mezze misure. Inoltre, la proposta di vita che ci fa Gesù non è né quella fredda e distaccata di un moderno fariseo che osserva esteriormente la legge, in modo da sentirsi egoisticamente “a posto”; neppure è la proposta di vita avvilente, di colui che ignora la legge di Dio e pensa che per lui sia tutto a posto perché crede in Gesù, anche se la sua vita è piena di peccato. La proposta di vita di Gesù è quella alta e colma di fiducia che fa di noi dei credenti che stanno camminando per adeguarsi sempre più alla legge di Dio, ma non con le sole nostre forze, bensì con l’aiuto, la grazia e l’amicizia dello Spirito Santo che in Gesù ci è stato dato.

Rinnova in me i doni del tuo Spirito,
ravviva in me il coraggio e la forza di testimoniare con la vita
la tua infinita misericordia, o Signore,
e rendimi capace di agire sempre secondo la tua volontà.
Amen.

Eccomi

L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

“Ecco la serva del Signore”. La risposta di Maria rappresenta quello che all’uomo resta da fare: mettersi al servizio di Dio, senza se e senza ma. Viviamo in un tempo nel quale lo stupore risulta difficile, perché siamo immersi nel clamore del reclamizzato, nel torpore del già dato, nel grigiore di ciò che è banalizzato; manca spesso la linearità di scelte coinvolgenti, la necessità di esperienze forti. L’Eccomi di Maria è il ribaltamento totale di questa situazione, perché, dove la vita è abbrutita è rinnovata, là dove è programmata diventa vita donata, là dove è distrutta diventa vita salvata. Maria modello di responsabilità e di ogni vocazione: a lei deve rivolgere lo sguardo lo sposato, il celibe per il servizio al Regno, il ministro per ricomprendere la motivazione originaria degli inizi per superare la tentazione di fermarsi e di nascondersi. Con le sue ultime parole all’angelo rivela il nostro vero nome. Il nome dell’uomo è: Eccomi.

O Padre, che nel tuo Figlio
ti sei rivelato come l’Emmanuele, il Dio con noi,
infondi in me la tua grazia perché, come Maria,
possa accogliere la tua radicale novità
e possa fare spazio al mistero.
Amen.

Un cuore fresco

In quel tempo, giunto Gesù a Nazaret, disse al popolo radunato nella sinagoga: “In verità vi dico: nessun profeta è bene accetto in patria”.

Gettare Gesù giù dal precipizio resta una moda immutata, malgrado siano passati (inutilmente) duemila anni. Succedeva ai nazareni, succede anche oggi: Gesù è splendido, carino e simpatico, siamo devoti e discepoli fino a quando pensa ciò che penso e dice ciò che anch’io dico, fino a che resta al suo posto e dice cose (solo) rassicuranti. Mi diventa antipatico e provocatore se – malauguratamente – dice qualcosa che mi urta se, insomma, non la pensa come me… Il cristianesimo può esistere se accondiscende, se si adegua, se diventa politicamente corretto. Sennò, amen. Esiste, invece, un modo di amare che non è sdolcinato che, anzi, diventa severo e duro, che ci obbliga a verità. Non sempre chi ti dà una carezza ti ama e chi uno schiaffo ti odia. Sappiamo allora cogliere da adulti, senza cadere nello sconforto e senza reagire con suscettibilità, tutto ciò che il Signore, anche attraverso gli eventi, ci fa capire. E sappiamo digerire il Vangelo nella sua interezza, anche quando è politicamente scorretto e ci tratta come persone che hanno qualcosa da cambiare. E attenti noi, professionisti del sacro, frequentatori di sinagoga, discepoli di lungo corso, a tenere sempre il cuore fresco e attento ad ogni Parola che esce dalle labbra del Rabbì, anche quando non sono esattamente dolci, senza buttarlo giù dal precipizio…

Nella tua continua misericordia, o Padre,
purifica e rafforza la tua Chiesa,
e poiché non può vivere senza di te,
guidala sempre con la tua grazia..
Amen.