Un cuore fresco

In quel tempo, giunto Gesù a Nazaret, disse al popolo radunato nella sinagoga: “In verità vi dico: nessun profeta è bene accetto in patria”.

Gettare Gesù giù dal precipizio resta una moda immutata, malgrado siano passati (inutilmente) duemila anni. Succedeva ai nazareni, succede anche oggi: Gesù è splendido, carino e simpatico, siamo devoti e discepoli fino a quando pensa ciò che penso e dice ciò che anch’io dico, fino a che resta al suo posto e dice cose (solo) rassicuranti. Mi diventa antipatico e provocatore se – malauguratamente – dice qualcosa che mi urta se, insomma, non la pensa come me… Il cristianesimo può esistere se accondiscende, se si adegua, se diventa politicamente corretto. Sennò, amen. Esiste, invece, un modo di amare che non è sdolcinato che, anzi, diventa severo e duro, che ci obbliga a verità. Non sempre chi ti dà una carezza ti ama e chi uno schiaffo ti odia. Sappiamo allora cogliere da adulti, senza cadere nello sconforto e senza reagire con suscettibilità, tutto ciò che il Signore, anche attraverso gli eventi, ci fa capire. E sappiamo digerire il Vangelo nella sua interezza, anche quando è politicamente scorretto e ci tratta come persone che hanno qualcosa da cambiare. E attenti noi, professionisti del sacro, frequentatori di sinagoga, discepoli di lungo corso, a tenere sempre il cuore fresco e attento ad ogni Parola che esce dalle labbra del Rabbì, anche quando non sono esattamente dolci, senza buttarlo giù dal precipizio…

Nella tua continua misericordia, o Padre,
purifica e rafforza la tua Chiesa,
e poiché non può vivere senza di te,
guidala sempre con la tua grazia..
Amen.

Portare frutti

Gesù diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò.».

La parabola del fico sterile, pur nella sua brevità, è ricca di motivi. C’è il motivo della sterilità di Israele e della sua ostinazione al peccato. E c’è il motivo della pazienza di Dio, della sua misericordia e nello stesso tempo della provvisorietà. E un terzo motivo che parrebbe contraddire il precedente: l’urgenza della conversione. Questo tempo è di Dio e nostro! La tentazione di possedere il futuro è idolatria e la presunzione di essere padroni assoluti della propria vita. La vita è un dono e così anche il tempo: è necessario valorizzarli nella logica del Vangelo. Ma quali frutti stiamo producendo: interroghiamoci sulle nostre responsabilità! Convertiamoci sul serio e accettiamo la fatica del camminare dentro la complessità del presente e superiamo con fede la presunzione di essere a posto, onesti, di essere nel giusto perché osserviamo alcuni riti. Conversione, dunque, del cuore, del linguaggio, dei comportamenti, delle relazioni e portare frutti. Salvezza è portare frutti, non solo per sé anche per gli altri. Per star bene l’uomo deve dare. È la legge della vita!

Padre, per la tua giustizia rispondimi;
aiutami a comprendere se sto percorrendo una via di verità
e infondimi il coraggio che hai dato a Gesù
per affrontare le scelte difficili che mi attendono.
Nulla ostacoli il mio desideri di seguirti
e di mettere a frutto i doni che tu mi hai dato.
Amen.

Veramente figli

«Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Gesù è rivolto al popolo che cerca, che attende e che ha sete di quella vita che solo dalla Parola accolta scaturisce come sorgente di novità e di comunione. La parabola del Padre misericordioso e del figlio prodigo scaturiscono in Gesù dalla stessa identità con il Padre, dal bisogno di rivelare il segreto più intimo e vero dell’amore di un Dio che non vede l’ora di risollevare, riammettere, ridare dignità alla creatura, al figlio disperso, allontanato, coinvolto nella miseria di questo mondo. Miseria che attira misericordia. Misericordia che attende miseria. Ciò che impedisce di accogliere la novità di Dio sono i pregiudizi, il fatto di pretendere di conoscere già Gesù. Un rischio da cui nessuno è esente. Talvolta noi non cerchiamo Dio, ma solo i suoi vantaggi senza accorgerci che viviamo come servi e non come figli, pretendendo comprensione e aiuto quando tutto ci è messo a disposizione per essere felici. Il programma di Gesù e del Dio di Gesù è la salvezza universale e non il privilegio di alcuni.

O Signore, fortifica la nostra speranza con la tua Parola
e donaci di comprendere che siamo figli ai quali tutto è dato
di ciò che serve per essere felici qui e ora.
Mandaci il tuo Spirito d’amore
per solidarizzare tra noi come tra fratelli.
Amen.

La vigna

Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano…».

Il messaggio del vangelo odierno è centrato sull’immagine della vigna. È la giornata della delusione di Dio! Ma perché la vigna? Essa è stata scelta dall’Antico e dal Nuovo Testamento per esprimere la relazione tra il Signore e il suo popolo. Ecco l’insegnamento: la fede fa riferimento a Cristo, noi non siamo i padroni del mondo, ma servi che dobbiamo fruttificare per Dio. Per quanto siamo invitati a gestire la vigna del Signore, visibile nella Chiesa, questa non ci appartiene. Spesso ci arroghiamo i diritti del possesso e dei raccolti. A noi cristiani di oggi, il Signore consegna il Regno perché lo facciamo fruttificare; è un dono grande ma anche una responsabilità. A noi spetta di non dimenticare mai di essere creature, umili operai della vigna, che non è nostra, ma del Signore.

Padre giusto e misericordioso,
che vegli incessantemente sulla tua Chiesa,
non abbandonare la vigna
che la tu destra ha piantato:
continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli,
perché innestata in Cristo, vera vite
porti frutti abbondanti di vita eterna.
Amen.

L’altro…

Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto».

La morte segna il destino di ogni uomo: Lazzaro non può andare dal ricco, né il ricco andare da Lazzaro. La loro sorte è fissata in maniera irrevocabile! In che consiste il peccato del ricco? No nella cultura del piacere, no nell’amore verso il lusso. Il suo peccato è non avere dato: non un gesto, non una briciola, non una parola al mendicante lasciato solo con i cani. Lo sbaglio della sua vita è di non essersi neppure accorto dell’esistenza di Lazzaro. Non lo vede, non gli parla, non lo tocca: Lazzaro non esiste, non c’è, non lo riguarda. Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: “Chi non ama è omicida” (1Gv 3,15). Qui tocchiamo il centro del vangelo: avevo fame, avevo freddo, ero solo, abbandonato, l’ultimo e tu hai spezzato il pane, hai asciugato una lacrima, mi hai regalato un sorso di vita. Il male più grande è l’indifferenza, lasciare intatto l’abisso tra le persone. Invece “Il primo miracolo è accorgersi che l’altro, il povero esiste” (Simone Weil) e cercare di colmare l’abisso di ingiustizia che ci separa.

O Signore, rendi il mio cuore libero dalle false passioni,
liberami dall’idolatria della ricchezza e dell’orgoglio,
rendimi capace di rapporti autentici. Amen.

Custodire

«Giuseppe non temere di prendere con te Maria. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù…».

L’evangelista Matteo presenta Giuseppe come “uomo giusto”. Nella Bibbia, la giustizia, prima di essere una virtù morale, è agire secondo la volontà di Dio. È quello che domandiamo nel Padre nostro: “Sia fatta la tua volontà”. La giustizia di Giuseppe, la sua prontezza nel rispondere al disegno di Dio, è confermata in quella notte nella quale gli fu chiarito il ruolo di custode che avrebbe svolto nei confronti di Maria e di Gesù. La missione di Giuseppe è certamente unica e irripetibile, perché assolutamente unico è Gesù. Custodire gli altri: può essere sintetizzato così l’insegnamento di Giuseppe, che nei vangeli non proferisce neanche una parola, ma che nel silenzio ha avuto il privilegio di custodire Gesù. Custodire gli altri è per Papa Francesco “l’avere cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente; poi, come genitori, si prendono cura dei figli e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto nel bene” (Papa Francesco, Udienza del 20 Marzo 2014).

O Dio, origine e fondamento della comunità domestica,
fa’ che nelle nostre famiglie imitiamo le stesse virtù
e lo stesso amore della santa famiglia di Nazaret
e testimoniamo nella nostra società
la grazia della tua benedizione e della tua presenza. Amen.

Fariseismo

Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere.

Gesù non ha paura di stigmatizzare i comportamenti contrari alla vera fede. I farisei, al suo tempo, erano ammirati per la loro coerenza e la loro devozione: ferventi praticanti della Legge orale, passavano la giornata a seguire oltre seicento precetti e consideravano come peccatori irrimediabilmente persi i popolani che non conoscevano la complessità delle norme. Gesù stigmatizza il loro comportamento e contesta l’abitudine ad imporre agli altri molte regole e annota con un certo sarcasmo il fatto che amino essere ammirati per la loro devozione. Il fariseismo, ahimè, è duro a morire, e riemerge continuamente in ogni esperienza religiosa, anche in quella cristiana. Anche fra i cattolici ci sono quelli che si sentono migliori degli altri, più devoti, più “in regola”, ci sono coloro che impongono agli altri pesanti regole e norme che, invece di avvicinare al Signore, allontanano dal vangelo, e ci sono quelli, anche fra i sacerdoti, che amano girare in ampie vesti e ricevere titoli onorifici… Poche storie; questi atteggiamenti ci allontanano dalla vera fede e vanno visti come pericolose deviazioni del vangelo, che ci piaccia o meno.

Custodisci con continua benevolenza, o Padre, la tua Chiesa
e poiché, a causa della debolezza umana,
non può sostenersi senza di te,
il tuo aiuto la liberi sempre da ogni pericolo
e la guidi alla salvezza eterna. Amen.

La misericordia

Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati».

Nella misericordia abbiamo la prova di come Dio ama. Egli dà tutto se stesso, per sempre, gratuitamente, e senza nulla chiedere in cambio. Viene in nostro aiuto quando lo invochiamo (Papa Francesco, MV, n.14). E non è tutto. In Gesù il Padre si è mostrato veramente Padre, amandoci prima che noi l’amassimo. La misericordia, dunque, non è un semplice attestato di benevolenza, ma il massimo di amore. Ciò che Dio non ha compiuto con la potenza, l’ha compiuto con l’impotenza della sua mano inchiodata alla croce. Nella frase: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” è racchiusa tutta la vita cristiana: misericordia è il nome di Dio; misericordia è il nome dei cristiani. Chi riconosce questo e si lascia perdonare da Dio, è reso capace a sua volta sia di perdonare le offese ricevute, sia di pregare per chi è stato causa di queste offese. Tre verbi ritmano il comportamento nella comunità: non giudicate, non condannate, perdonate. In essa viviamo rapporti nuovi di amore reciproco, che però sempre sono insidiati dal male. Per questo, anche all’interno della comunità, l’amore non perde mai il suo carattere di misericordia. Il nostro dare misericordia è in realtà il nostro ricevere.

Padre misericordioso, perdonami perché in molte occasioni
non ho ascoltato i tuoi insegnamenti e mi sono allontanato da te.
Aiutami a ritrovare la vera gioia, che non viene da me
e che rinasce a vita nuova grazie al tuo perdono. Amen.

Che bello qui!

Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.
Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.

Lo stupore di Pietro: Che bello qui! Non andiamo via… ci fa capire la nostra vocazione. Siamo chiamati tutti a trasfigurazione, a ricevere un cuore di luce. “Contemplando il Signore, veniamo trasformati in quella stessa immagine” (2Cor 3,17-18). Contemplare trasforma; tu diventi ciò che guardi con gli occhi del cuore. Pregare ci trasfigura in immagine del Signore. L’entusiasmo di Pietro ci fa capire che la fede per essere forte e viva deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un “che bello!” gridato con tutto il cuore.
Perchè io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato.
“Questi è il Figlio mio. Ascoltatelo”. Il primo passo per essere contagiati dalla bellezza di Dio è l’ascolto, dare un po’ di tempo e un po’ di cuore al suo Vangelo, essere illuminati dal Volto di Cristo e cercare l’essenziale della vita!

Signore, che sei con me e per me
ogni istante della mia vita,
illumina con la tua luce i miei passi
per rispondere ogni giorno con autenticità
a quell’alleanza d’amore che mi salva.
Amen.

Amore impossibile

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.

Ormai i capi dei Giudei stanno aspettando l’occasione propizia per uccidere Gesù. L’occasione è data dalla resurrezione di Lazzaro. Anche se molti spettatori del miracolo credono in Gesù, i capi del popolo decretano la sua morte, ostinandosi nella loro cecità volontaria. “Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in Lui; verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione”. La soluzione del sommo sacerdote Caifa è cinica. Egli dichiara che è conveniente sacrificare un uomo per evitare la rovina della nazione. Questo popolo che è stato acquistato dal Signore, è la Chiesa, la sposa santa e immacolata di Cristo. La morte di Cristo ha una finalità salvifica perché raduna in unità i dispersi figli di Dio. Il peccato è divisione, la salvezza è vita di unità con Dio e con i fratelli. La morte di Gesù realizza l’oracolo di Ezechiele che prediceva la riunione delle pecore del Signore per formare un solo gregge condotto da un solo pastore.

Mettici in grado, o Signore, di vivere e di crescere
in attiva cooperazione con te e gli uni con gli altri
nel comune intento di costruire una cultura senza violenza,
per un futuro migliore per tutti i tuoi figli. Amen.